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Tecniche di grotta, di Giovanni Badino

20 gennaio 2010

Per far dei passi avanti dall’orlo dell’abisso

Nel mondo dei manuali di tecniche speleologiche Tecniche di grotta. Per far dei passi avanti dall’orlo dell’abisso di Giovanni Badino (pp. 208, Erga edizioni) è quello che si presta meglio alla divulgazione di argomenti tecnici.

Avvincente quasi come un romanzo, dal linguaggio semplice e diretto, questo libro mette in risalto lo speleologo e l’ambiente di cui è ospite attraverso il concetto dell’«equilibrio con l’ambiente sotterraneo». Badino percorre tutto il “cammino” speleologico, dalla preparazione prima dell’ingresso in cavità all’uscita dalla grotta, analizzando non solo materiali e tecniche di movimento, ma anche la fisiologia umana che si adatta alla condizione estranea dell’ipogeo.

Scostandosi adeguatamente dall’enciclopedico, l’autore arricchisce il testo di aneddoti, catturando l’attenzione del lettore anche lì dove gli argomenti diventano inevitabilmente tecnici. Inoltre, l’utilizzo di un modo d’esprimersi che è proprio del parlato rende la lettura più scorrevole e tende ad instaurare un rapporto quasi personale col lettore, che diventa lo spettatore in platea dello spettacolo “il monologo dello speleologo” tenuto da Badino. In ogni paragrafo del libro descrive con cura attrezzature e tecniche, indicandone vantaggi e svantaggi ed esprimendo, a fronte di innumerevoli esperienze e con spiccata ironia, il proprio parere personale senza però dar niente per assoluto.

Un esempio è la sosta in discesa nel capitolo Sulle corde: esponendo tre casi per cui lo speleologo deve fermarsi sul discensore, propone “ufficialmente” una chiave di bloccaggio, sostenendo, però, di preferire un metodo alternativo «facile ed efficiente». Ed è sempre sulla scia dei tre casi precedenti che, riferendosi ad alcune pecche tecniche del discensore di Bruno Dressler (pecche che implicano il precipitare verso il fondo), incita il lettore dicendo «vendicati andando dall’inventore a tirargli i piedi, ogni notte».

Altra citazione merita il capitolo La forza, posto non a caso all’inizio del libro, dove Badino stabilisce il concetto di equilibro con l’ambiente ipogeo, che verrà più volte richiamato durante l’intero manuale. Di primo acchito le nozioni date sembrano scontate, ma poco dopo si comprende come sia difficile regolare il proprio organismo con il mondo sotterraneo dedicandoci a quella che l’autore definisce «conservazione ipogea».

Durante un corso speleo si parla ampiamente di come e cosa mangiare e bere, ma magari si pone poca attenzione alla «percezione di come si sta respirando». Del resto è un atto involontario, perciò risulta difficile concentrarsi su come lo si sta facendo. Ma in grotta è importante non sprecare più energie del dovuto, e respirare in maniera sbagliata brucia inutilmente tanto carburante. In questo l’autore ci viene incontro ponendo un mantra fondamentale: «quando ci muoviamo senza affanno siamo in grado di sostenere, contemporaneamente, una conversazione senza morire soffocati», e strizza un occhio sarcastico a quei “supereroi” che risalgono i pozzi di volata giungendo, però, spossati alla vetta, magari con davanti ancora tanta strada fino all’uscita.  I movimenti, la respirazione, l’alimentazione, ma anche le risate e le fantasticherie sono obiettivi da tenere a mente per una corretta permanenza in un mondo in cui siamo solo ospiti; «all’esterno torneremo, perché è là che viviamo, ma intanto stiamo bene qui, dove ora sta passando il nostro sentiero».

Molto significativa è l’attenzione posta ai «rischi dell’uscita». Siamo difatti, abituati a concentrarci sui pericoli che corriamo in grotta: i pozzi, le pietre, gli armi, e non ci rendiamo conto che una volta fuori dobbiamo rimanere concentrati: «si sta così tanto con lo sguardo puntato sulle difficoltà interne che l’uscita rappresenta sempre, per gli speleologi, un rilassamento e dunque un abbassamento dei livelli di guardia». Quando la grotta è in montagna l’uscita diviene difficoltosa non solo per le sue naturali condizione morfologiche, ma anche, e soprattutto, per le condizioni climatiche stagionali, che cambiano con intensità e velocità sorprendenti. Ed ecco che si apre una interessantissima parentesi sulle valanghe, le bufere e, insolitamente per un manuale speleologico, i fulmini, cui l’autore si dedica con dovizia di particolari: cosa sono, come si formano, effetti sull’uomo e, ovviamente, come evitarli.

Tecniche di grotta è un libro destinato, presumibilmente, al neofita, ma non solo: anche lo speleologo più anziano potrà approfondire argomenti un po’ ostici.

Con uno stile semplice e affabile Badino descrive il mondo sotterraneo e le tecniche per visitarlo, non perdendo mai occasione per delineare, con sarcasmo ed ironia, lo speleologo tipo, a volte pigro e a volte troppo solerte, in cui il lettore, col sorriso, riconoscerà se stesso.

Valentina Cisternino (Gruppo Puglia Grotte)

Intervista a GIOVANNI BADINO

Un libro che ha quasi vent’anni. Cosa proprio non salveresti in un’eventuale riedizione?

Di per sé nulla, anche perché era basato sull’esperienza mia e quella non è maturata sul terreno delle grotte che vanno a frequentare quelli che leggono quel libro, cioè le grotte accanto a casa. Grotte europee, normali. Quel che sapevo allora, so adesso, quindi non posso aggiungere nulla. Da allora mi sono specializzato nell’applicare le stesse tecniche di studio e sviluppo di quelle che avevo impiegato per le grotte di casa, a grotte aliene, fossero nei ghiacciai, nelle quarziti, calde o fredde. Insomma, ho studiato, con ancora più intensità, situazioni che esulano dall’esperienza che un neofita è destinato a fare nei primi anni. Ho approfondito l’esperienza di reazione a situazioni critiche, ma anche quella è finita nei Quaderni Didattici, SOS in Grotta, che va letto come parte integrante del libro. E quindi non ha senso proporre né ampliamenti, né cesure. Però temo servirebbe un libro più semplice che prepari allo studio di questo. Mi pareva già allora, ora mi pare di più, perché è crollato il livello di entrata. Ora ho fatto due powerpoint che vanno in quella direzione, ma il libriccino manca.

Paolo Forti, nella Prefazione scrive: «finalmente alla mia non più tenera età ho compreso cose che mai mi ero sforzato di approfondire». Gli speleologi cosa, spesso, danno per scontato?

Quello che danno per scontato quasi tutti gli esseri umani: che certe cose siano impossibili da fare e che però, comprando questo e quello, si possano fare. È difficilissimo, spesso impossibile, far capire che gran parte delle attività complesse sono difficili, ma acquisibili con stretta disciplina e passione e studio e applicazione. Con serietà. Non si possono comprare, sono proprio da sposare. Farlo entrare nella testa dei neofiti è difficile, ma è ancora più difficile farlo accettare dagli istruttori, che non lo avevano accettato quando erano neofiti… Si preferisce quindi sfiorare ogni argomento, facendone proprie le regole più generali e le attrezzature, e poi passare ad altro quando si scopre che per andare avanti occorre modificarsi profondamente. D’altra parte siamo scimmie, non divinità…

La recensione è stata scritta da una neofita che ha frequentato un corso di introduzione alla speleologia nel 2009. Quanto può incidere una cultura bibliografica su un giovane speleologo?

La civiltà umana dipende dalla scrittura, dalla possibilità di tenere memoria di esperienze vaste e complesse, che non sono quindi più da ripetere nel breve volgere della nostra vita. Si va avanti, scrivendo per chi verrà. Quindi ti risponderei che un buon libro incide in modo totale su un neofita, se ha il cervello. D’altra parte sono sicuro che non incide per nulla, se non ce l’ha. A noi, del resto, interessa che si fermino a fare speleologia le persone dotate di cervello, non di bicipiti. Il cervello non viene, con l’allenamento, i bicipiti sì… Devo pure dirti che, proprio per questo, l’editoria speleologica è assai ostacolata, qui e là, da parte di chi teme che i “suoi” neofiti vengano sviati da letture malvagie, che facciano loro capire che i loro “istruttori” sono dei poveretti.

Parliamo di didattica. Nelle note conclusive scrivevi: «questo sembrava destinato a divenire un testo fondamentale nei prossimi anni». Esprimevi anche la perplessità riguardo all’insegnamento e alle sperimentazioni.. A distanza di circa vent’anni credi di poter confermare i dubbi di allora?

Lo confermo in modo totale, con rammarico. Purtroppo a livello locale la didattica dipende troppo spesso da chi, nella speleologia, è entrato troppo timidamente e con poca disciplina, e quindi tende a perpetuare negli allievi lo stesso approccio. Anzi, ed è più grave, tende ad allontanare i neofiti potenzialmente più validi, con pensiero e orizzonti più vasti. La soluzione è, ovviamente, uscire dagli steccati dei gruppi, puntando a livelli regionali e sovraregionali. Ma siamo ancora lontani da questo livello. Sono sempre più convinto che gli speleologi siano di qualità, di rango drammaticamente inferiore a quella del problema che affrontano, lo studio del mondo sotterraneo. Dopo decenni di ricerche ai limiti estremi, posso dichiarare con un sorriso che siamo ancora in alto mare. Come diceva Einstein nel suo ultimo scritto:

«Die letzteren, flüchtigen Bemerkungen sollen nur dartun wie weit wir nach meiner Meinung davon entfernt sind, eine irgendwie verlässliche begriffliche Basis für die Physik zu besitzen».

(Le ultime rapide osservazioni devono solo rilevare come, secondo la mia opinione, siamo molto lontani dal possedere una base concettuale della fisica alla quale poterci in qualche modo affidare).

A. Einstein, Princeton 4 aprile 1955

Marilena Rodi

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